L’Italia col binocolo e al microscopio

Oggi sono off perche’ ho lavorato nel fine settimana, quindi ho passato una mezz’ora a guardare i trailer dei film italiani che alcuni di voi amici mi avete consigliato attraverso Facebook e Twitter.

Mi fa strano. Vedo le facce di attori che riconosco, vedo i soliti noti tra i nomi dei registi (Bellocchio, Taviani, Tornatore, Virzi’…). Vedo atteggiamenti a me familiari, tematiche anch’esse di casa, affrontate a volte con intelligenza, simpatia, altre volte in modi piu’ tradizionali o triti. Torno al cinema nostrano con gli occhi di chi sta cercando di capire una cultura che nel frattempo e’ andata avanti senza di me, anche se io ne sono sempre parte e incarnazione altrove. E’ piu’ difficile essere critici dopo un periodo di distanza, forse e’ piu’ difficile anche disprezzare quello che prima avrei etichettato dopo 10 secondi di trailer.
Per dirne una, l’accento siculo forzato della Capotondi in “Amiche da morire” mi fa un po’ ridere, ma poi guardo oltre. I film quelli sicuramente belli hanno un carnet di attori che sono sempre loro, che portano la loro personalita’ e gravitas nelle pellicole in cui recitano, garantendo alle produzioni in questione un rischio mitigato, una percentuale di riuscita a colpo sicuro. Sono, a seconda del genere, i vari Servillo, Herlitzka, Rohrwacher, Pannofino, Guzzanti, ecc.
Da una parte mi fa piacere rivederli, e certe trame mi sembrano accattivanti, mentre altre solo d’evasione (anche quella ha un merito). D’altra parte mi domando: non c’e’ nessun altro? Quante altre belle cose produce l’Italia che non posso vedere perche’ ne’ 01Distribution ne’ Fandango ne’ Cattleya ci sono dietro?

Mi vengono in mente i corti di The Pills, cosi’ di successo online e cosi’ attuali per uso di linguaggi e tecnologie che sono all’ordine del giorno qui, ma meno a casa — anche se piu’ andiamo avanti, piu’ la commistione con gli attori mainstream ma comunque cool (quelli ex-Boris, per intenderci) diventa un dato di fatto.
The Pills mi colpisce anche per due altri motivi: 1) conosco un sacco di persone coinvolte nel progetto, anche se in maniera indiretta, perche’ alla fine Roma e’ Roma e le scuole dove siamo andati tutti sono sempre quelle, e tutti in qualche modo ci conosciamo tutti quanti; 2) perche’ mi sembrano confermare l’andazzo che con Boris si e’ finalmente affermato una volta per tutte, ossia che la nostra migliore arma e’ la satira e la risata, una cosa che da una parte siamo bravissimi a fare, ma dall’altra e’ un’arma spuntata.
Tanta ironia la vedo anche nei trailer che mi avete segnalato. Credo dica molto degli italiani come gente. Spesso mi rendo conto che quello che fa ridere me in conversazioni con questi americani per loro e’ eccessivo o inaccettabile, il loro senso dell’umorismo e’ molto molto differente, meno amaro, meno interessante. E’ molto semplice apparire cinici o perversi, per uno scherzo che da noi sarebbe accettabile e qui no.

Un’altra osservazione che mi viene in mente quando penso che l’Italia e’ in fin dei conti molto abitudinaria e attaccata a quelle personalita’ che gia’ conosce e’ che questo si riflette molto anche sulla politica, o perlomeno cosi’ e’ stato per tanto tempo. Berlusconi e’ durato cosi’ tanto anche per questo nostro modo di affezionarci a una faccia fino a rendercela solita e familiare. Cosa succede oggi? Ok, Grillo, ma tutti questi altri senza nome del Movimento 5 Stelle? Chi altro c’e’? Perche’ tutti i nuovi sembrano sempre essere sgraditi per un motivo o per un’altro? Sento tanti commenti negativi sulle varie Boldrini e Mogherini — parlo senza sapere molto, ma mi sorprende negativamente il fatto che due donne mai sentite prima siano sempre sulla bocca di tutti, e raramente in tono encomiastico.

Tutto cio’ per dirvi grazie, e di continuare a tenermi informata su cio’ che dovrei sapere, su quello di cui si discute. Casa mi manca quando capisco che la distanza ha un impatto sulla mia consapevolezza di quello che succede. Gli italo-americani mi fanno tenerezza e pena per questo, parlano dell’Italia che si ricordano, non di quella che esiste, e non voglio finire come loro. E’ vero che i miei contatti con casa sono molto piu’ profondi e radicati, ma spesso si parla di altro, di cose senza dubbio importanti, ma forse piu’ di politica e di societa’ che non dei modi in cui la societa’ introietta il presente e lo traduce in prodotti culturali che aiutano a capirlo meglio. Dalla mia posizione vedo molte cose, e metto l’Italia in prospettiva. Voi l’Italia la vivete, e mentre alcuni di voi sognano di vivere qui o altrove, nel frattempo siete partecipi di tutto quello che accade e la conoscete come conoscete voi stessi. Io ho un binocolo, voi un microscopio. E’ interessante confrontarsi sulle rispettive visioni e riorientarci a vicenda.

Labor Day, considerazioni

E niente, anche settembre e’ arrivato e gli ultimi giorni di agosto ce li siamo passati a fare da cicerone al fratello di Matt che e’ stato da noi per un weekend lungo. Dal 9/11 Memorial alla punta piu’ a nord di Manhattan, abbiamo girato in lungo e in largo, ho cucinato e pulito piu’ di quanto faccio per noi due da soli, e tutto sommato ce la siamo cavata. 
Una sensazione stranissima, non so se dovuta al fatto di aver saltato l’ufficio per un paio di giorni, e’ stata quella di inaspettata distensione andando a dormire (pur essendo esausta e con le gambe doloranti ogni sera, #vecchiaia). Forse doversi curare di qualcun altro mettendo in pausa altre cose e’ paradossalmente riposante? Non credo che avere figli lo sia, ma chissa’, forse uno mette in prospettiva le piccole ansie quotidiane quando deve occuparsi del benessere di un altro. Strano, no?
Il 9/11 Memorial e’ una pezza. Sul serio. Un po’ perche’ non e’ piacevole, un po’ perche’ mi ricordo tutto (se ci penso bene, quell’evento e’ stata l’unica cosa che unisce me e Matthew e tutti quelli che conosco qui prima che effettivamente ci conoscessimo, il nostro primo evento in comune — quel giorno eravamo tutti incollati alla tv, in qualsiasi posto fossimo all’epoca), un po’ perche’ ne sentiamo l’eco tutti i santi giorni (anche oggi con quel poveretto decapitato in Siria, sembra sempre che la guerra possa/debba iniziare da un momento all’altro) e un po’ perche’ alla fine ti rendi conto che certo, per loro quello e’ stato l’evento piu’ traumatico di sempre e il piu’ grande spargimento di sangue causato dall’esterno a casa loro, ma insomma nel bilancio generale delle atrocita’ del mondo ci sono cose orrende che capitano ovunque, oggi, e continuano a succedere. La mostra all’interno del memoriale e’ costellata di piccole stazioni con dispenser di kleenex, perche’ effettivamente servono. Ci sono persone che scattano foto alle foto di vittime che conoscevano, persone che ricordano, persone che sbottano in lacrime, persone che erano li’ quella mattina, ma anche un sacco di visitatori che hanno poco o nulla a che fare con l’evento se non che il tutto e’ capitato nel loro paese, e si sentono feriti, e ce l’hanno con un nemico difficile da mettere a fuoco e facile da semplificare in termini assoluti. Mi ha colpita una mamma che rispondeva alle domande dei suoi bambini incoraggiando la versione dei fatti “buoni vs cattivi”, che si’, quello che e’ successo e’ ingiustificabile e ingiustificato, ma inserito in un contesto con una storia estremamente piu’ complessa. E’ il male che e’ banale.
Ma bisogna capirli. Nonostante la plaza sia bellissima, il museo aperto e i nuovi grattacieli pronti ad essere abitati, il trauma non e’ assolutamente superato. Non c’e’ uscita alcolica post-lavoro in cui dopo qualche bicchiere, inevitabilmente, qualcuno inizi la discussione sul “dov’eri l’undici settembre” — non sono ancora guariti, nessuno di noi lo e’ del tutto. Infatti continuiamo tutti a pensarci. Questa citta’ e’ un simbolo e in quanto tale sara’ sempre amatissima e odiatissima, ma e’ anche la casa di tutti noi, e il solo pensiero di essere in qualche misura a rischio perche’ altri hanno messaggi da lanciare ai poteri del mondo e’ una cosa terrificante. 

Per questo oggi quando la notizia del secondo giornalista decapitato si e’ sparsa mi sono sentita malissimo. Questa nuova ondata di terrorismo e’ cieca e questi soggetti agiscono come se non avessero niente da perdere, come se volessero proprio prendersi questa occasione di riscrivere gli equilibri del mondo, costi quel che costi. Non dobbiamo averne paura, dobbiamo rispondere con equilibrio e buon senso, senza lasciarci paralizzare. Ma ci sono cosi’ tanti aspetti di tutto questo che sono inquietanti che sembra di essere tornati indietro di secoli, nonostante twitter e la tecnologia. Giornalisti uccisi, i social usati come armi. L’Europa cosi’ lontana e divisa, l’Europa che e’ casa, e questa nuova casa che e’ sempre sotto tiro. 

Invece un altro posto bellissimo che ho visitato durante il finesettimana turistico e’ il Memoriale per Franklin Delano Roosevelt su Roosevelt Island. Dedicato al suo discorso sulle quattro liberta’ fondamentali (liberta’ di espressione, liberta’ di culto, liberta’ dal bisogno e liberta’ dalla paura) che Roosevelt teorizzava non solo per gli americani ma per tutti gli abitanti del pianeta, il suo discorso esemplifica il potere buono dell’America di essere una potenza morale che ha guidato il mondo in momenti di forte incertezza. Posizionato in linea d’aria accanto al quartier generale dell’ONU, un’organizzazione che nella sua carta costituzionale fa proprie le parole di FDR, il parco e’ vicino anche a Queens, la zona piu’ diversa del mondo dove centinaia di lingue e religioni coesistono. Il parco e’ una spianata triangolare, con un prato e quattro camminamenti che conducono a un punto focale, dove si entra in una “stanza” di marmo che affaccia sul fiume. All’ingresso, il volto di FDR in bronzo con espressione accigliata invita alla contemplazione, e alla lettura del suo discorso inciso su una delle pareti della “stanza”. Certe volte l’architettura ci prende in pieno e riesce a comunicare tutto quello che serve. Un memoriale fatto benissimo, e soprattutto utile, perche’ focalizza l’attenzione su idee importanti, non solo sul ricordo di un uomo. 

New York non e’ tipicamente un posto di cui si apprezza la storia, e’ troppo frenetica e fatta per il presente. Eppure una storia ce l’ha, e interessante. Se Roma e’ il mio posto dei ricordi e il mio hard drive culturale, e New York e’ sempre stata il posto dell’oggi, per non dire dell’adesso, e’ ora di riconoscerle una profondita’ nuova, e di conoscerla meglio. Sono affezionata alla contemporaneita’ assordante di questo posto che ti permette di non soffermarti su altro, e’ parte del suo fascino, ma mi piacerebbe trovare il tempo per imparare di piu’.

 

Il blog che resiste

Non è morto, ma ci siamo frequentati male. Il discorso è che io un blog ce lo avevo già, uno per i racconti spiccioli di vita quotidiana, e questo voleva essere un tentativo più consapevole di creare un piccolo personal brand. Alla fine dei conti ho realizzato che la cosa non mi interessa particolarmente, che il personal branding posso lasciarlo fare ad altri e che devo smetterla di farmi venire l’ansia da prestazione quando penso a cosa venire a scrivere qui (o peggio considerare l’aggiornamento di questo spazio come una chore che viene sempre posticipata). Chissene frega, e chi mi ama mi segua. Cambio registro. Scrivo quello che mi pare. Con buona pace del mio vecchio blog che ancora c’è, privatamente, e mi sembra sempre più come il deposito del capitolo adolescenziale di tutto quello che sono. Importantissimo, anche troppo per la pubblicità. 

Nel frattempo qui è la mia domenica, dato che in ufficio ti danno due giorni off durante la settimana quando si lavora nel weekend. Ciononostante sono piena di cose da fare, Matt ovviamente è impegnato a lavoro (en route to Staten Island, dove andrà a fotografare non so quale progetto usando un drone…certo, perché no), la casa (nuova, ci siamo trasferiti 2 mesi fa) è un disastro e il prossimo vero finesettimana abbiamo ospiti (il fratello di Matt). L’estate è praticamente bella e andata, e io ho visto il mare l’ultima volta ad aprile — bella la Pasqua in Florida, ma sono in astinenza.

La verità è che si lavora troppo in questo paese, e va bene che noi italiani abbiamo tutto da imparare su come si mantiene un’economia che funziona, ma vi invidio tutti con le vostre foto di risotti alla pescatora e barche a vela e lettini sulla spiaggia. Anche fosse per stare a casa a Roma sul divano in panciolle, mi accontenterei.
Mi rendo conto che c’è sempre un underlying* senso di stress, in qualsiasi momento. Non so se è una caratteristica di chi vive lontano da casa, o se riguarda solo il mio caso specifico (tendo a stressarmi, è sempre stato un mio tratto caratteriale, e “casa” è un concetto che è molto cambiato da quando sono qui, quindi forse sono meno tranquilla quando penso a chi ci è rimasto e come se la passano). In ogni caso, sembra di non staccare mai, di avere sempre qualcosa di cui preoccuparsi, che siano faccende di lavoro (una lotta continua, altro che cavolate sulla cultura d’azienda e il work-life balance) o cose di casa o di soldi o di Italia o di futuro. Sarà anche che ho degli orari piuttosto intensi: sveglia alle 5, lavoro, palestra quando si può, e tra doccia e cena e andare a letto entro le 10 ecco là che la giornata passa, e quel divano che finalmente ci siamo comprati lo avremo usato 3 volte da quando è arrivato.

In una delle 3 volte, in ogni caso, ho avuto l’impulso di farmi una tazza di the, cosa che non succedeva da secoli.
A Roma ero patita del the, ogni tipo di the. Era il simbolo del raccoglimento, del relax, del sentirsi a casa. Ancora adesso quando mi capita ne compro tutte le varietà che trovo, ma poi all’atto pratico non mi viene mai voglia di farmene una tazza. Quando ho iniziato a lavorare nella società dove attualmente continuo a lavorare, per rendere l’ambiente un po’ più ospitale mi sono comprata una piantina, ho portato qualche ninnolo e qualche lattina di caramelle quelle belle italiane (pastiglie Leone, liquerizia, etc.), e poi mi sono andata a procurare un contenitore specifico per la conservazione del the, da lasciare sulla mia scrivania e da usare con la mia nuova tazza per l’ufficio. Non l’ho usato quasi mai. La tazza è tornata a casa assieme ad alcuni tra i ninnoli, ma ora ho due piante. Il the ancora resiste sulla scrivania, nella speranza di essere prima o poi bevuto. Se lo portassi a casa e iniziassi ad avere voglia di farmene una tazza di tanto in tanto, anche quello sarebbe un successo. A lavoro si beve caffè, ma a casa ci si deve rilassare.

* Perdonatemi, sarà l’inizio del mio perdere la mano con l’italiano, ma certi anglismi non sono un vezzo, sono la risposta a esigenze comunicative che non riesco a esprimere altrimenti. Certe parole l’italiano non ce le ha, certe altre hanno più senso, o un senso più esatto in inglese. Consolatevi, non riesco a non uscirmene con uno o più “vabbé” mentre parlo in inglese nella vita reale. Cosa è peggio? 

Luca Sofri ad #IJF14 – Commenti in ordine sparso

Vorrei non partire in quarta con dei commenti al vetriolo riguardo all’evento dell’IJF in cui Luca Sofri si è fatto 31 domande e dato 31 risposte in solo un’ora e mezza, nella quale ha detto tra le altre cose che lui non crede nel fatto che il lavoro giornalistico debba necessariamente essere remunerato, che i commenti sui siti internet sono inutili, il tutto mentre cercava di trovare una giustificazione concettuale per le slideshows sui lemuri perché raccontano “di un animale che non molti conoscono e che vive in una porzione di mondo dove magari è difficile arrivare fisicamente”. Vorrei veramente.

Sto provando anche a guardarmelo tutto, questo video dell’evento. Sofri parla a perdifiato e fa mille battute rispetto alla giovane età di chi sta in platea. “Potremmo parlare dell’Intrepido se aveste molti meno anni di me”, dice sornione, neanche sfiorato dall’idea che forse il problema è la sua di età, non quella di chi sta in platea (non che l’abbia definita un problema, ma insomma ci capiamo — queste strizzatine d’occhio ai giovani hanno fatto il loro tempo, in questo momento di trasformazione digitale del giornalismo l’età non è un fattore che definisce chi è qualificato a discutere del futuro della professione).

Ecco, vedete che già comincio.

Leggo cose in giro, prevalentemente su Twitter, sui profili social di giornalisti che ho incrociato durante i miei anni di frequentazione delle redazioni italiane (dove nella maggior parte dei casi, nonostante tutto l’impegno, ero pressoché invisibile in quanto troppo giovane, nonostante io mi fossi sempre messa nella condizione di arrivare lì, tra di loro, e loro mai neanche un “tu che ci fai qui?” genuinamente curioso — poi dici uno se ne va in America), e una delle reazioni alle cose dette da Sofri che più mi preoccupa è quella di rassegnazione.

Qualcuno giustamente si è incazzato. Le brave penne dei Cassintegrati hanno puntualizzato che il lavoro, qualsiasi lavoro, deve essere pagato. Sembra assurdo dover scrivere articoli in difesa del lavoro retribuito, eppure eccoci qua, nonostante la nostra Costituzione, spesso usata a mo’ di scudo umano in politica, dica esplicitamente che quella italiana è una repubblica che sul lavoro si fonda.

Tra i commenti che ho visto però, dicevo, c’è anche tanto scoraggiamento.
Il problema é che a forza di suggerire ai giornalisti che il loro non è un lavoro, alla fine ci stanno credendo.

Il problema è che Sofri serve Dio e Mammona — il grande quotidiano va scusato per la pubblicazione del video di gattini in homepage, perché i ricavi servono, perché così è possibile scrivere il trafiletto sul rapimento di quasi 300 ragazzine nigeriane (che tra l’altro è successo settimane fa, ma che si è deciso di coprire solo molto dopo — scarseggiavano i video di gattini?), ma il lavoro non va necessariamente pagato, perché il giornalista ottiene altre soddisfazioni facendo il suo mestiere di servizio pubblico.

Dove vuole arrivare? Non lo capisco.

Il modo in cui Sofri parla di come il Post opera, quando fa l’esempio della storia della foto virale dell’orso che cade da un albero e parla di ripubblicazione di storie accadute in passato, fa trasparire tutto il suo disagio nel fare le cose all’americana senza capire precisamente il perché. Sofri sembra quasi imbarazzato nell’elaborare su come queste soft news funzionano bene.
Luca, non è un reato pubblicare materiali di intrattenimento per invogliare le persone a leggere il tuo sito. Il problema nasce quando vuoi fare Buzzfeed, ma non ti comporti esattamente come loro: pensa un po’, anche il ragazzino che a Buzzfeed fa le liste di gattini viene remunerato. Magari poco — i salari degli intern di Buzzfeed sono il running joke del giornalismo USA, ma sono convinta che siano paragonabili a quelli degli impiegati dei nostri gloriosi giornali italiani, che a suon di co. co. co. stanno distruggendo sé stessi e la professione.

Bella anche la storia dell’aggregazione vs. produzione di notizie. Anche qua Sofri con estremo imbarazzo difende la scoperta dell’acqua calda: il giornalista di per se’ non produce un fico secco, ma aggrega fatti e testimonianze, trova angoli interessanti su storie che succedono. Il giornalista è lo storico dell’oggi come insegnava il mio professore preferito all’università. Uno storico aggrega con metodo, e in questo è uno scienziato. Aggregare a cavolo è fare cattivo giornalismo, cattiva storia, cattivo tutto. La questione aggregazione/produzione è certamente complessa, ma alla fine della giornata lascia il tempo che trova. Tutto il giornalismo è aggregazione, e bisogna saperlo fare con criterio.

Interessante anche la questione dei commenti sul sito, che sono inutili e non aggiungono nulla. Ecco qui la chiara dimensione di come in Italia, anche quando uno vuole “fa’ l’americano” non capisce cosa sta facendo e perché. Ci siamo aperti anche la versione nostrana dell’Huffington Post, perché non ci facciamo mancare niente, ma poi uno dei nostri direttori di giornali online dice che i commenti sono inutili — Arianna Huffington non ci ha insegnato nulla, solo che il suo brand é figo e che sicuramente replicare il format in Italia sarebbe stato un successone. ERRORE.
Inoltre, uno dei più interessanti esperimenti editoriali in America oggi é Gawker Media, che da blog d’assalto è diventato un network di blog e una community attivissima attraverso la piattaforma Kinja, studiata e disegnata da loro — i commentatori possono aprire un blog e postare cose, le conversazioni generano articoli, commenti e articoli possono essere promossi sui blog principali ed essere esposti ad un incredibile numero di visitatori. Tutto questo non esisterebbe senza i commenti, e senza la voglia dei lettori di partecipare.
Mi sa che a Sofri questa deve essere sfuggita. A lui come a molti altri.

Ho saltato un bel pezzo di video per arrivare al punto saliente della domanda sul lavoro retribuito. Un po’ nell’ascoltare Sofri ragionare ad alta voce mi ero calmata: alcune cose sono condivisibili, il Post fa un giornalismo quantomeno differente rispetto al panorama italiano, un po’ più in linea con dei canoni adottati da questa parte dell’Atlantico per far sì che un’impresa editoriale resti a galla — anche se Sofri sembra quasi vergognarsene, come dicevo sopra.
Arrivata al punto fatidico però mi è veramente salita la bile.

Sofri fa finta che là fuori, nel non pervenuto mercato del giornalismo italiano, ci siano fior fiore di opportunità per un freelance di farsi pagare per un suo pezzo. “Ci sono tante redazioni con budget meno risicati dei miei” — che però non pagano, proprio come lui. Sofri parla di una quantità di “soddisfazioni” e “motivazioni” per le quali noi “liberamente” accettiamo di lavorare non pagati, e porta ad esempio la sua partecipazione a titolo gratuito all’IJF — bello poter accettare impegni accessori gratuitamente, se si ha una fonte di reddito primaria. Ecco, per il freelance quel pezzo che ti sta mandando non é un passatempo, qualcosa prodotta nel tempo libero, ma è esattamente la merce che si cerca di vendere per ottenere quel reddito che è indispensabile alla sopravvivenza.
“Se hai altre motivazioni per pubblicare questo pezzo, di cui io non mi vorrei approfittare” non è un discorso, non esiste, non ha senso ed è un’assurdità per la quale i giornalisti in platea avrebbero dovuto insorgere.

Insomma non c’è scusante o giustificazione che tenga. Non si può dire che il lavoro non deve necessariamente essere pagato. Non sta né in cielo né in terra. E non è ammissibile che un giornalista dica questo a proposito dei suoi colleghi: se Sofri ha le risorse per lavorare gratis e ha piacere di farlo nessuno si opporrà, ma a chi vuole fare del giornalismo la sua carriera perché ha una passione ma anche l’esigenza di sopravvivere deve essere garantita questa opportunità.

 

L’itAliena in italiano: tre anni a NYC.

Ho iniziato a scrivere questo post il 9 ottobre. Ho tempo di finirlo solo oggi.

Sono arrivata qui esattamente oggi, esattamente poche ore fa, nel 2010. Era un sabato, Matthew era a casa a non fare nulla e ci siamo messi a chiacchierare. Portava una maglietta a righe a maniche lunghe che ora mi è estremamente familiare — l’avrò riposta nel suo armadio o buttata nel cesto dei panni sporchi centinaia di volte.
Abbiamo chiacchierato di Roma, degli italiani, della sua esperienza a Roma e del mio inglese non accentato (beh, ogni tanto quando mi innervosisco l’Italia si fa sentire, ma ok).
Di valigia allora ne avevo portata una soltanto, dovevo restare solo 90 giorni e sebbene avessi intenzione di instaurare una relazione più duratura con questa città, nella quale pianificavo di tornare per studiare giornalismo, non avrei mai pensato di avere la vita completamente cambiata quel 9 ottobre lì. O meglio, un presentimento ce l’avevo, forse un desiderio, ma non avevo idea.

Di tempo ne è passato parecchio e ovviamente di cose ne sono successe a bizzeffe. Ricordo che i primi giorni tentavo in vano di aggiornare il mio vecchio blog con regolarità. Scrissi che detestavo i blog di gente che andava via, a fare qualcosa altrove per un po’, e smetteva di raccontare e di raccontarsi. Sapevo che proprio in queste circostanze si vivono esperienze che sarebbero degne di essere trascritte, analizzate, ma poi mi è successo quello che succede a tutti: sono stata troppo presa da tutto quanto per potermi fermare a pensare. Anzi, di pensieri ce ne sono stati a tonnellate. È che a un certo punto scriverli tutti diventa impossibile, innaturale, forse inutile. In prospettiva, avrei piacere di rileggere quegli appunti mai presi, ed é forse per questo che ora sono qui.

Un’amica mi ha chiesto se il bilancio di questi tre anni passati in USA sia positivo. La domanda mi ha un po’ spiazzata: capisco che ci sia stato un cambiamento talmente radicale nella mia vita da poter giustificare una valutazione. C’è stato un prima diverso da ora, e uno dovrebbe essere in grado di fare un paragone. Il punto è che qui o là la vita è sempre vita, ed è difficile giudicarla. Almeno la propria. Forse ne ho lasciata passare quel tanto che basta per vedere più somiglianze che differenze, e da perdere quel distacco critico che permetterebbe effettivamente di soppesare i pro e i contro delle mie scelte.

Gli alti e bassi vissuti qui sarebbero stati diversi a Roma, ma ci sarebbero stati comunque. Avrei avuto più difficoltà a trovare lavoro e le risorse sufficienti a rendermi indipendente, ma avrei anche avuto la mia famiglia vicina (forse al completo, forse no), i miei amici, i miei luoghi. Dall’altra parte, ogni volta che vedo una foto di un tramonto romano postata da amici con quelle didascalie che ti fanno capire che basta una bella vista a metterti in pace col mondo, mi infastidisco molto: Roma è bella, ma non le si può perdonare tutto. In ufficio da me, uno dei miei capi ha 22 anni. Non è ancora laureato, ma è a tutti gli effetti un capo, sia per talento che per affidabilità, e la sua giovane età non entra neanche in questione se consideriamo il modo in cui il resto dell’ufficio si relaziona a lui.
Qui non ha importanza chi sei, quanti anni hai, e in una certa misura non importa nemmeno da dove vieni (ammesso che tu abbia tutte le carte in regola per lavorare legalmente): se sei capace, puoi fare. E non è che te lo lascino fare con lo sguardo paterno, con quell’attitudine di chi stuzzica un bambino a giocare con le costruzioni e si esalta quando il piccolo ne assembla alcuni a formare una casetta. No: qua i mattoni da usare sono veri, come le cose che devi costruire. Altrimenti avanti un altro.

In Italia non so più se sono i giovani a non trovare cose da fare perché non ce ne sono o perché non possono accedervi, o se il problema è che si prova a fare ma solo fino a un certo punto, perché purtroppo o per fortuna un tetto sulla testa lo si ha, e quindi nel frattempo si studia ancora qualche anno aspettando tempi migliori.

L’Italia la seguo e la capisco sempre meno: leggo cose, leggo di amici che cercano di fare cose, ma non sono certa che all’occasionale articolo sui giovani che si industriano corrisponda poi un supporto concreto da parte di qualcuno, della società. Ho perso il filo della politica, e mi trovo di tanto in tanto a dover rispondere a domande su Berlusconi, sui governi in crisi, senza sapere bene cosa dire. “Non è come sembra” non è una risposta sufficiente.

Qui in America sto facendo anche cose interessanti, e adesso sto lavorando per una società che ambisce a rivoluzionare il modo in cui si trovano le notizie. Qualche italiano ogni tanto mi contatta via email o su Linkedin, mi invita a conoscerlo e a scambiare idee sulla professione — quanti giri di messaggi e quanti aperitivi finiti allo stesso modo: vogliono tutti che tu scriva, nessuno è disposto a pagarti per farlo. Anche quelli dei giornali con la G maiuscola, o supposti tali, purtroppo non sono in grado di farti lavorare: perché non si può urtare la suscettibilità di chi viene pagato per fare il corrispondente (giuro) o perché anche quando ti conoscono e ti dicono che forse si può fare, dopo poco si dimenticano di te, che in fin dei conti non è che gli interessi così tanto — si bastano da soli.

Quando sento da mia madre notizie di giornali italiani che licenziano, che vengono scorporati, che vendono proprietà, che assumono ragazzi per torchiarli a stipendio minimo e risputarli fuori dopo pochi mesi, mi chiedo con che faccia ancora ci sia un ordine dei giornalisti che sostiene di tutelare la professione, quando invece di contenuto nuovo se ne scrive sempre meno e si rigurgitano cose prese qua e là, senza capirle veramente, senza sapere cosa succede nel mondo. Qui qualcosa la stanno facendo, e l’Italia sarà sempre in ritardo, sempre più spinta verso il margine dell’universo culturale e del dibattito globale.
I siti dei giornali italiani sono sciatti e fatti male, sono pieni di pubblicità e immondizia, sono mantenuti da editor poco capaci che non si curano di ricontrollare che le foto siano proporzionate, che i titoli abbiano senso, che non ci siano svarioni. Gli articoli sono spesso di qualità infima, i temi sempre quelli, gli spunti di riflessione inesistenti. Per non parlare della televisione, che è un continuo insulto all’intelligenza. Lo è a partire dalle serie TV, tanto squallide quanto le soap opera messicane, fino ai programmi impegnati in cui Berlusconi è l’unico argomento — quando finalmente morirà gli italiani non avranno più nulla di cui parlare.

Ok. Anche qui di cose strane ce ne sono tante. C’è la libertà usata come arma assoluta, per cui ogni tentativo di regolamentare comportamenti assurdi o di estendere le garanzie sociali è un attentato. La situazione di chiusura del governo che costa agli americani 300 milioni di dollari al giorno ne è uno splendido esempio. C’è anomia e disperazione, che spiegano le sparatorie a caso: ogni tanto semplicemente qualcuno esce di senno. Ci sono enormi disuguaglianze difese a spada tratta e ci sono gruppi sociali totalmente ignari delle violazioni perpetrate dai grandi capitali a scapito loro: dall’inaccessibilità delle cure mediche all’illegalità dei sindacati fino alle sofisticazioni alimentari. Ci sono solo due partiti, solo il rosso o il blu, e una conseguente riduzione di ogni concetto a una battaglia semplicissima, piatta, inarticolata. Poi ci sono i bianchi abbienti che scrivono sui giornali che trovano le sfumature, ma non a tutti interessa di leggerne. Non serve sapere per avere un’opinione, basta dare voce a quello che dice la pancia, il cuore, the gut. L’intrattenitore Kimmel qualche giorno fa ha intervistato per gioco i passanti chiedendo loro quale provvedimento preferissero tra Obamacare e l’Affordable Care Act, che sono la stessa cosa, ottenendo risposte assai appassionate a difesa dell’uno o dell’altro. La gente non sa, sente cose, le ripete, non capisce e raramente cerca di informarsi, forse non ne ha tempo, o forse sa che anche se lo facesse la sua opinione a favore o contraria non conterebbe poi molto. La politica è un circolo esclusivo.

Anche a livello umano, le persone sono relativamente diverse da quelle che conosco in Italia. C’è meno empatia, e anche se tutte le conversazioni iniziano con “Hi, how are you?” raramente la domanda è sincera, non un modo di dire.
Invece sapete chi è veramente speciale qui? Gli altri italiani. Che lavorano, si ammazzano di fatica, fanno cento lavoretti part-time tutti insieme pur di farcela e poi ogni tanto si incontrano davanti a un piatto di cibo straniero a raccontarsi storie.

Quante persone intelligenti e capaci che l’Italia allontana. La cosa che mi fa rabbia è che saremmo stati intelligenti e capaci anche a casa, e invece ce ne siamo andati e di motivi per tornare non ne abbiamo trovato nessuno. Infatti se tornassimo non se ne accorgerebbe nessuno, e non avremmo possibilità di mantenere il nostro tenore di vita — e badare che per “tenore di vita” non intendiamo stipendi da capogiro e lussi sfrenati, ma quel minimo che significa soprattutto indipendenza ed autorealizzazione.

Se tornassi in Italia domani e iniziassi a cercare lavoro non avrei molte possibilità di vivere in una casa che non sia quella di mamma e papà. Non potrei esercitare la professione che ho studiato per fare, perché non sono certificata come professionista ma ancora prima perché il mio expertise è sicuramente maggiore di quello di molti redattori, direttori, telecronisti, per i quali però sono solo una venticinquenne presuntuosa.

Proprio ieri, per pura curiosità, ho cercato su jobrapido.it un lavoro da giornalista, in tutta Italia. C’era un solo annuncio per una web tv romana che cercava un pubblicista da assumere con contratto a tempo determinato di un mese, con possibilità di proroga.
Il futuro non lo si pianifica un mese alla volta. Ed è per questo che nonostante tutto (tutta la solitudine, tutta la frustrazione, tutta la consapevolezza di non stare passando il mio tempo accanto a tutte le persone che amo, tutte le difficoltà quotidiane, tutte le incertezze professionali e tutte le strane strade a zig zag che sto prendendo per capire cosa veramente voglio fare di mestiere) penso che sia saggio per me restare qui e darmi da fare. Si vive una volta sola, ed è bene iniziare presto. Però certo che mi mancate, e non sapete quanto è difficile a volte motivarsi a credere, insistere, o semplicemente ad andare avanti giorno per giorno e portare pazienza.

In tutto questo, quella persona che ho conosciuto qui il 9 ottobre del 2010 è la ragione, l’accidente e il veicolo di tutto questo. La mia più grande fortuna, la più inaspettata coincidenza e l’avventura di tutti i giorni che uno alla volta cambiano e si scrivono per rendere possibile quello che abbiamo. Di lui ho enorme stima e ammirazione, e nella sua voglia di fare, nel suo sapere esattamente come farlo e nella sua immensa motivazione a raggiungerlo io ripongo molte speranze che a un bel punto la vita non sia solo lavoro per sopravvivere, ma anche piacere di fare quello che si vuole fare. Ancora non so bene cos’è, ma mi piace sperimentare mentre lo metto a fuoco.

Italian Classics: How to Prep Perfect Carbonara

There’s one thing I really love, and that’s the taste of authentic recipes that I can always turn to when I’m feeling homesick.

Carbonara is one of those. Not so much because we would eat it a lot at home in Rome — my mom doesn’t love it because of the use of raw eggs in it — but because it is a staple of my goings-out to eat with friends at a spaghetteria in our neighborhood which we truly love. I have a friend who basically lives off of it, and if you saw her in person you would not believe since she weighs about 80 pounds. Carbonara is quick and easy to make, and that’s all she cares about.

Also, my dad claimed to be able to make the best Carbonara ever. Unfortunately, I never had the chance to taste it. So whenever I prepare it, I try to imagine the way he would do it, and I think about him a lot. This time I think I got it perfect, and I believe he would love it too. So this goes out to him!

I say that “this time” I got it perfect because in the past I failed at it multiple times. This recipe is extremely simple, but it can be very tricky. The egg mixture needs to blend with the pasta perfectly, reaching the right creaminess. It almost needs to coat the pasta like a butter sauce — if the final result is too runny or liquid, you messed up. After a few trials and a few errors, I will stick to this recipe forever.

Don’t be worried about the presence of raw egg in this recipe: the trick is to mix the egg+cheese+pancetta mixture with the piping hot pasta, which makes it so that the egg&cheese cream reaches the perfect temperature and makes it safe to eat.


Spaghetti alla Carbonara
Serves 2.

You are going to need:
– 1 egg and 1 yolk;
– 50 grams of grated Pecorino cheese (~1/2 cup);
– 1 pack of diced Pancetta Citterio (4 oz);
– Spaghetti;
– Optional: Black pepper.

How to!

1) Bring a large pot of salted water to a boil. In a large bowl, whisk the egg and the yolk with a fork, then add the Pecorino cheese and mix until it feels pasty:


2) Toast the pancetta in a skillet until crispy. No need to add extra oil, the pancetta fat will do the job:

3) Let the pancetta cool down a little, then add it to the egg+cheese mixture:

4) Weigh your spaghetti and cook them al dente:


5) Strain the pasta very well and drop it in the bowl — try to be quick!

6) Mix very well, adding extra Pecorino if you need to/like:
And it’s ready to serve! Now is the time for a sprinkle of freshly grated black pepper (Matthew doesn’t like it so I didn’t use it) and for some extra cheese:

Enjoy!

USA: Googla “Pentola a pressione”, la polizia le si presenta a casa.

Nonostante il nome suoni italianissimo, Michele Catalano è una giornalista americana e una blogger sulla piattaforma Medium. Uno dei suoi ultimi post, pubblicato il primo di agosto, è diventato virale nel giro di poche ore e non perché ci sia qualche video divertente da vedere o qualche fotomontaggio di gatti o di carlini: si tratta del racconto di quando la polizia di Long Island si è presentata a casa sua per chiedere conto di certe ricerche su Google che la sua famiglia aveva effettuato nei mesi precedenti.

Catalano non era in casa quando alle 9 di mattina del 31 luglio i tre SUV della NYPD hanno parcheggiato nel vialetto di casa sua, circondando la macchina di famiglia per evitare ogni tipo di fuga a bordo di un autoveicolo. A ricevere gli agenti è stato suo marito, che era seduto in soggiorno con i due cani quando lo squadrone di 6 agenti in borghese si è identificato come tale. “Possiamo entrare?”, gli hanno chiesto, per poi iniziare a ispezionare l’appartamento.

Nel frattempo, il marito della Catalano ha dovuto rispondere ad ogni genere di domande su di sé, sulla moglie e su dove lei fosse, sulla loro provenienza, su altre varie cose. “Siete in possesso di bombe?”, “possedete una pentola a pressione?”, “avete mai cercato su Google come realizzare una bomba con una pentola a pressione?” sono tutte domande poste dagli agenti all’uomo, chiamato a spiegare come mai la sua famiglia avesse ricercato su Google termini come “zaino” e appunto “pentola a pressione” nei mesi precedenti.

All’indomani dei fatti di Boston, diverse fonti giornalistiche riportarono che le istruzioni per realizzare ordigni artigianali erano disponibili online e molto facilmente rinvenibili. La Catalano argomenta nel suo pezzo che chiaramente, da bravi news junkies, in famiglia avevano letto molte notizie riguardo all’attentato, e sicuramente avevano aperto molti dei link messi a disposizione dalle testate che hanno coperto la notizia. Tra lei, il marito e il figlio teenager, qualcuno certamente era stato incuriosito e voleva sapere di più. Le ricerche per uno zaino, invece, erano semplicemente legate alla preparazione di un viaggio in cui ci sarebbe stato bisogno di usarne uno. Catalano stessa aveva ricercato informazioni per acquistare una pentola a pressione — per cucinare, non certo per uccidere.

I poliziotti, resisi conto che evidentemente la famiglia di Michele Catalano non corrispondeva ai profili che gli agenti antiterrorismo sono addestrati a riconoscere, non hanno aperto armadi o cassetti e hanno presto assunto un tono colloquiale. Una stretta di mano ed eccoli ritornare da dove misteriosamente erano venuti.

Catalano riceve la telefonata del marito che le racconta ridendo l’episodio. “Un senso strisciante di terrore mi ha pervasa”, scrive la giornalista, inquietata dall’accaduto e con in testa mille domande sul perchè quegli agenti fossero andati a frugarle casa sulla base della sua cronologia delle esplorazioni online. Dati che dovrebbero essere privati. Dati che non dovrebbero essere in possesso di dipartimenti di polizia locali — questa è chiaramente roba da FBI.

Gli agenti hanno detto al marito della Catalano che di queste visite ne fanno circa 100 a settimana, e che il 99% delle volte non trovano alcun terrorista annidato nelle case che perquisiscono.

“Questo è il punto a cui siamo arrivati”, scrive Catalano. “Un punto in cui cercare su internet come si cucinano delle lenticchie al vapore può farti mettere sotto osservazione. Bisogna stare attenti ad ogni piccola cosa che si fa, perchè qualcun altro ti sta sempre osservando.”

Nel giorno in cui colui che ha sollevato il velo di Maya sulle violazioni alla privacy dei cittadini americani (e del mondo) perpetrate dalla NSA, Edward Snowden, finalmente riceve asilo dalla Russia, ecco che un episodio di vita quotidiana totalmente fuori dal normale riaccende il dibattito su cosa sia permesso e cosa no per difendere gli Stati Uniti dalla minaccia del terrorismo. La guerra al terrore rischia di diventare una guerra civile se addirittura le ricerche su Google di una famiglia qualsiasi sono sufficienti ad allarmare le autorità.

“Se comprerò una pentola a pressione, non lo farò su internet”, conclude la Catalano. Fidarsi è bene, non fidarsi è sicuramente meglio.