L’itAliena in italiano: tre anni a NYC.

Ho iniziato a scrivere questo post il 9 ottobre. Ho tempo di finirlo solo oggi.

Sono arrivata qui esattamente oggi, esattamente poche ore fa, nel 2010. Era un sabato, Matthew era a casa a non fare nulla e ci siamo messi a chiacchierare. Portava una maglietta a righe a maniche lunghe che ora mi è estremamente familiare — l’avrò riposta nel suo armadio o buttata nel cesto dei panni sporchi centinaia di volte.
Abbiamo chiacchierato di Roma, degli italiani, della sua esperienza a Roma e del mio inglese non accentato (beh, ogni tanto quando mi innervosisco l’Italia si fa sentire, ma ok).
Di valigia allora ne avevo portata una soltanto, dovevo restare solo 90 giorni e sebbene avessi intenzione di instaurare una relazione più duratura con questa città, nella quale pianificavo di tornare per studiare giornalismo, non avrei mai pensato di avere la vita completamente cambiata quel 9 ottobre lì. O meglio, un presentimento ce l’avevo, forse un desiderio, ma non avevo idea.

Di tempo ne è passato parecchio e ovviamente di cose ne sono successe a bizzeffe. Ricordo che i primi giorni tentavo in vano di aggiornare il mio vecchio blog con regolarità. Scrissi che detestavo i blog di gente che andava via, a fare qualcosa altrove per un po’, e smetteva di raccontare e di raccontarsi. Sapevo che proprio in queste circostanze si vivono esperienze che sarebbero degne di essere trascritte, analizzate, ma poi mi è successo quello che succede a tutti: sono stata troppo presa da tutto quanto per potermi fermare a pensare. Anzi, di pensieri ce ne sono stati a tonnellate. È che a un certo punto scriverli tutti diventa impossibile, innaturale, forse inutile. In prospettiva, avrei piacere di rileggere quegli appunti mai presi, ed é forse per questo che ora sono qui.

Un’amica mi ha chiesto se il bilancio di questi tre anni passati in USA sia positivo. La domanda mi ha un po’ spiazzata: capisco che ci sia stato un cambiamento talmente radicale nella mia vita da poter giustificare una valutazione. C’è stato un prima diverso da ora, e uno dovrebbe essere in grado di fare un paragone. Il punto è che qui o là la vita è sempre vita, ed è difficile giudicarla. Almeno la propria. Forse ne ho lasciata passare quel tanto che basta per vedere più somiglianze che differenze, e da perdere quel distacco critico che permetterebbe effettivamente di soppesare i pro e i contro delle mie scelte.

Gli alti e bassi vissuti qui sarebbero stati diversi a Roma, ma ci sarebbero stati comunque. Avrei avuto più difficoltà a trovare lavoro e le risorse sufficienti a rendermi indipendente, ma avrei anche avuto la mia famiglia vicina (forse al completo, forse no), i miei amici, i miei luoghi. Dall’altra parte, ogni volta che vedo una foto di un tramonto romano postata da amici con quelle didascalie che ti fanno capire che basta una bella vista a metterti in pace col mondo, mi infastidisco molto: Roma è bella, ma non le si può perdonare tutto. In ufficio da me, uno dei miei capi ha 22 anni. Non è ancora laureato, ma è a tutti gli effetti un capo, sia per talento che per affidabilità, e la sua giovane età non entra neanche in questione se consideriamo il modo in cui il resto dell’ufficio si relaziona a lui.
Qui non ha importanza chi sei, quanti anni hai, e in una certa misura non importa nemmeno da dove vieni (ammesso che tu abbia tutte le carte in regola per lavorare legalmente): se sei capace, puoi fare. E non è che te lo lascino fare con lo sguardo paterno, con quell’attitudine di chi stuzzica un bambino a giocare con le costruzioni e si esalta quando il piccolo ne assembla alcuni a formare una casetta. No: qua i mattoni da usare sono veri, come le cose che devi costruire. Altrimenti avanti un altro.

In Italia non so più se sono i giovani a non trovare cose da fare perché non ce ne sono o perché non possono accedervi, o se il problema è che si prova a fare ma solo fino a un certo punto, perché purtroppo o per fortuna un tetto sulla testa lo si ha, e quindi nel frattempo si studia ancora qualche anno aspettando tempi migliori.

L’Italia la seguo e la capisco sempre meno: leggo cose, leggo di amici che cercano di fare cose, ma non sono certa che all’occasionale articolo sui giovani che si industriano corrisponda poi un supporto concreto da parte di qualcuno, della società. Ho perso il filo della politica, e mi trovo di tanto in tanto a dover rispondere a domande su Berlusconi, sui governi in crisi, senza sapere bene cosa dire. “Non è come sembra” non è una risposta sufficiente.

Qui in America sto facendo anche cose interessanti, e adesso sto lavorando per una società che ambisce a rivoluzionare il modo in cui si trovano le notizie. Qualche italiano ogni tanto mi contatta via email o su Linkedin, mi invita a conoscerlo e a scambiare idee sulla professione — quanti giri di messaggi e quanti aperitivi finiti allo stesso modo: vogliono tutti che tu scriva, nessuno è disposto a pagarti per farlo. Anche quelli dei giornali con la G maiuscola, o supposti tali, purtroppo non sono in grado di farti lavorare: perché non si può urtare la suscettibilità di chi viene pagato per fare il corrispondente (giuro) o perché anche quando ti conoscono e ti dicono che forse si può fare, dopo poco si dimenticano di te, che in fin dei conti non è che gli interessi così tanto — si bastano da soli.

Quando sento da mia madre notizie di giornali italiani che licenziano, che vengono scorporati, che vendono proprietà, che assumono ragazzi per torchiarli a stipendio minimo e risputarli fuori dopo pochi mesi, mi chiedo con che faccia ancora ci sia un ordine dei giornalisti che sostiene di tutelare la professione, quando invece di contenuto nuovo se ne scrive sempre meno e si rigurgitano cose prese qua e là, senza capirle veramente, senza sapere cosa succede nel mondo. Qui qualcosa la stanno facendo, e l’Italia sarà sempre in ritardo, sempre più spinta verso il margine dell’universo culturale e del dibattito globale.
I siti dei giornali italiani sono sciatti e fatti male, sono pieni di pubblicità e immondizia, sono mantenuti da editor poco capaci che non si curano di ricontrollare che le foto siano proporzionate, che i titoli abbiano senso, che non ci siano svarioni. Gli articoli sono spesso di qualità infima, i temi sempre quelli, gli spunti di riflessione inesistenti. Per non parlare della televisione, che è un continuo insulto all’intelligenza. Lo è a partire dalle serie TV, tanto squallide quanto le soap opera messicane, fino ai programmi impegnati in cui Berlusconi è l’unico argomento — quando finalmente morirà gli italiani non avranno più nulla di cui parlare.

Ok. Anche qui di cose strane ce ne sono tante. C’è la libertà usata come arma assoluta, per cui ogni tentativo di regolamentare comportamenti assurdi o di estendere le garanzie sociali è un attentato. La situazione di chiusura del governo che costa agli americani 300 milioni di dollari al giorno ne è uno splendido esempio. C’è anomia e disperazione, che spiegano le sparatorie a caso: ogni tanto semplicemente qualcuno esce di senno. Ci sono enormi disuguaglianze difese a spada tratta e ci sono gruppi sociali totalmente ignari delle violazioni perpetrate dai grandi capitali a scapito loro: dall’inaccessibilità delle cure mediche all’illegalità dei sindacati fino alle sofisticazioni alimentari. Ci sono solo due partiti, solo il rosso o il blu, e una conseguente riduzione di ogni concetto a una battaglia semplicissima, piatta, inarticolata. Poi ci sono i bianchi abbienti che scrivono sui giornali che trovano le sfumature, ma non a tutti interessa di leggerne. Non serve sapere per avere un’opinione, basta dare voce a quello che dice la pancia, il cuore, the gut. L’intrattenitore Kimmel qualche giorno fa ha intervistato per gioco i passanti chiedendo loro quale provvedimento preferissero tra Obamacare e l’Affordable Care Act, che sono la stessa cosa, ottenendo risposte assai appassionate a difesa dell’uno o dell’altro. La gente non sa, sente cose, le ripete, non capisce e raramente cerca di informarsi, forse non ne ha tempo, o forse sa che anche se lo facesse la sua opinione a favore o contraria non conterebbe poi molto. La politica è un circolo esclusivo.

Anche a livello umano, le persone sono relativamente diverse da quelle che conosco in Italia. C’è meno empatia, e anche se tutte le conversazioni iniziano con “Hi, how are you?” raramente la domanda è sincera, non un modo di dire.
Invece sapete chi è veramente speciale qui? Gli altri italiani. Che lavorano, si ammazzano di fatica, fanno cento lavoretti part-time tutti insieme pur di farcela e poi ogni tanto si incontrano davanti a un piatto di cibo straniero a raccontarsi storie.

Quante persone intelligenti e capaci che l’Italia allontana. La cosa che mi fa rabbia è che saremmo stati intelligenti e capaci anche a casa, e invece ce ne siamo andati e di motivi per tornare non ne abbiamo trovato nessuno. Infatti se tornassimo non se ne accorgerebbe nessuno, e non avremmo possibilità di mantenere il nostro tenore di vita — e badare che per “tenore di vita” non intendiamo stipendi da capogiro e lussi sfrenati, ma quel minimo che significa soprattutto indipendenza ed autorealizzazione.

Se tornassi in Italia domani e iniziassi a cercare lavoro non avrei molte possibilità di vivere in una casa che non sia quella di mamma e papà. Non potrei esercitare la professione che ho studiato per fare, perché non sono certificata come professionista ma ancora prima perché il mio expertise è sicuramente maggiore di quello di molti redattori, direttori, telecronisti, per i quali però sono solo una venticinquenne presuntuosa.

Proprio ieri, per pura curiosità, ho cercato su jobrapido.it un lavoro da giornalista, in tutta Italia. C’era un solo annuncio per una web tv romana che cercava un pubblicista da assumere con contratto a tempo determinato di un mese, con possibilità di proroga.
Il futuro non lo si pianifica un mese alla volta. Ed è per questo che nonostante tutto (tutta la solitudine, tutta la frustrazione, tutta la consapevolezza di non stare passando il mio tempo accanto a tutte le persone che amo, tutte le difficoltà quotidiane, tutte le incertezze professionali e tutte le strane strade a zig zag che sto prendendo per capire cosa veramente voglio fare di mestiere) penso che sia saggio per me restare qui e darmi da fare. Si vive una volta sola, ed è bene iniziare presto. Però certo che mi mancate, e non sapete quanto è difficile a volte motivarsi a credere, insistere, o semplicemente ad andare avanti giorno per giorno e portare pazienza.

In tutto questo, quella persona che ho conosciuto qui il 9 ottobre del 2010 è la ragione, l’accidente e il veicolo di tutto questo. La mia più grande fortuna, la più inaspettata coincidenza e l’avventura di tutti i giorni che uno alla volta cambiano e si scrivono per rendere possibile quello che abbiamo. Di lui ho enorme stima e ammirazione, e nella sua voglia di fare, nel suo sapere esattamente come farlo e nella sua immensa motivazione a raggiungerlo io ripongo molte speranze che a un bel punto la vita non sia solo lavoro per sopravvivere, ma anche piacere di fare quello che si vuole fare. Ancora non so bene cos’è, ma mi piace sperimentare mentre lo metto a fuoco.

4 thoughts on “L’itAliena in italiano: tre anni a NYC.

  1. Quei classici dibattiti, quelle classiche riflessioni modello “the big ask”: o le prendi di petto, e allora potresti davvero non finire più, o ridacchi e svicoli con una battuta. E, come tu ben sai, condividiamo una certa refrattarietà alla stringatezza. La realtà è che, da dire, c’è moltissimo, oppure ben poco. Potrei soffermarmi sull’effettiva utilità dell’ordine dei giornalisti, sulla concezione dell’informazione da parte degli editori italiani, sulla loro concezione dell’editoria stessa, fors’anche su come approfondire il tema del giornalismo sia visto anche nei contesti cui spetterebbe. Potrei allargare il tema dalla politica giornalistica alla politica e basta, potrei ammettere che, nonostante gli sforzi, non riesco a non vedere la sistematicità con la quale la “meglio gioventù” viene spinta ad allontanarsi, una sistematicità che potrei anche ritenere casuale, se avessi i paraocchi. Posso guardare a Roma, alla quale io per primo perdono tutto, soverchiato dalla “grande bellezza”… e poi, se per un qualunque motivo mi trovo in un’altra città, mi trovo a invidiare i suoi cittadini che non si adeguano alla città, ma hanno una città, una comunità, che si adegua a loro. O almeno ci prova. Poi torno a Roma e mi dico: “ma dov’è che volevo andare, io?”. E si ricomincia.
    Le chiacchiere stanno a zero o a mille, è già stato detto tutto e di cose da dire ce ne sarebbero tante, e il problema è che sono tutte giuste. Nel momento in cui prendi atto che il tuo luogo di nascita non si ammazza per trattenerti (cosa che, in pura teoria, sarebbe anche giusta), allora ogni scelta che fai ha tutti i gradi di legittimità. Puoi decidere di partire perché odi l’Italia che ti respinge, perché odi l’Italia come si odia l’amata mamma che ti fa vivere nella bambagia, perché vuoi vedere il mondo, perché ami il posto dove vuoi andare, perché vuoi fare le proverbiali altre esperienze. Puoi restare perché è molto più comodo, perché è molto più bello, perché la carbonara con prezzemolo e peperoni nun se po’ senti’, perché speri di entrare al ministero ché il vicino di pianerottolo di tua zia forse conosce, o perché pensi che, se la meglio gioventù se ne va, allora c’è poco da lamentarsi se non ci sono la meglio mezza età e la meglio vecchiaia.
    Tutto legittimo. Ma non tutto con lo stesso impatto emotivo. Soprattutto quando hai la sensazione che stai fallendo. Se hai deciso di restare in Italia, perché “l’Italia è il Paese che ami” – una delle tante frasi belle che siamo riusciti a far diventare uno stereotipo dall’accezione negativa, salvo poi lamentarci dello scarso attaccamento al bene comune – e a un certo punto devi scegliere tra “amare” e sopravvivere, il senso di sconfitta è lacerante. Un po’ come, mi permetto di occupare brevemente i tuoi panni (mi stanno un po’ stretti, mi sa), se tu, dopo quattro, sei mesi a NYC fossi stata costretta a fare fagotto e tornare a Roma a cercare di sbatterti per poter lavorare gratis per Repubblica: ti sarebbe roduto, non poteva non roderti.
    Beh, sopra il senso di sconfitta, mettici anche una palpabile etichetta di reietto che ti senti appiccicata addosso. Quell’idea, che alla fine sta sempre lì, di essere il cucciolo malaticcio che la cana madre scansa alla nascita, perché tu non lo sai, ma lei sì, che sei destinato a fare una brutta fine. Mentre tu sai che, magari non sei il cucciolo col pedigree più fico di tutti, ma magari la mamma cana una possibilità te la potrebbe pure dare.
    Quell’idea che, se magari tu sei orgoglioso di essere italiano, comunque non sei ricambiato. Puoi decidere di lottare, e magari vinci pure. Perché capita, di vincere. Oppure perdi di schianto. Perché capita pure quello. Oppure cambi lotta. Vivi, e rosichi. C’è di peggio. Ma forse anche di meglio.
    Quale miglior conclusione di: scusa lo sfogo, e scusa l’intrusione a casa altrui (però come sai l’unica e-casa che io concepisco al momento è di 140cm2, un po’ piccolina per questi sbotti di autocoscienza, che peraltro per il sottoscritto sono una novità).
    E, comunque, auguri per i tuoi tre anni. Anch’io festeggio tre anni: tre anni da quando il Tutah ha cominciato a pregare e sperare che tutto ti andasse bene nella biggappol. Perché lo meriti, e perché spero sempre che, quando alzerò bandiera bianca, tu sarai abbastanza affermata da avere un vicino di pianerottolo di un cugino (acquisito) che può sistemarmi a un ministero. Sempre se ve li riaprono, ça va sans dire.

    • Forse ho glissato su un tema fondamentale: ho rischiato moltissime, moltissime, moltissime volte di tornare a casa a scrivere per nessuno a gratis. Ho cercato in tutte le maniere di restare perché quando vuoi stare con qualcuno ti industri e in qualche modo fai, ma non sai quante volte ho pensato di aver costruito qualcosa, anche una cosa piccola-non ideale-mal pagata e poi anche quella svaniva nel nulla. Poi finalmente ho trovato qualcosa, e ho fatto per un anno e mezzo un lavoro che ho detestato, in un luogo di lavoro che era come la propaggine estera di quell’Italia che non va, con la consapevolezza che il fatto che mi stessero autorizzando a restare qui legalmente fosse per loro il lasciapassare per comportarsi in maniere assurde. Nel frattempo ho continuato a cercare ovunque, accumulando grandi plausi e grandi lodi e anche grandi pacche sulle spalle perché ti serve la carta verde. Anche il New York Daily News mi ha fatto un pezzo del genere, e allora ho detto basta. Ci siamo sposati. Perché ci amiamo e perché il tempo per pianificare il matrimonio quello bello che viene quando ti puoi permettere casa e bambini non ce lo abbiamo, come non ce lo ha più nessuno. Ci siamo sposati perché una scelta di vita l’avevo già fatta, perché ne eravamo e siamo convinti e perché la cosa avrebbe aiutato a non farmi buttare al cesso anni di sforzi per fare della mia carriera qualcosa di produttivo e soddisfacente.
      So benissimo che ogni volta che racconto questa storia la gente pensa matrimonio = documenti, e potrei parlarti a lungo di quanto effettivamente l’immigrazione è un problema anche qui, e uno vero. La verità è che in pochi possono capire, e soprattutto che non me ne importa niente. Io e lui eravamo già sposati da lungo tempo prima di infilarci la fede, e non ci dobbiamo giustificare (non che tu me lo stia chiedendo, parlo in assoluto).
      Il punto é che qui, con i documenti che io non avevo perché sono nata altrove, qualcosa si sblocca. Per chi é nato qui, il problema non si pone nemmeno. In Italia le carte in regola ce le ho dalla nascita, ma le porte non si aprono comunque.
      Insomma di calci in bocca ne ho presi diversi su entrambe le sponde dell’Atlantico. E non sono nemmeno sicura che stia alla mamma cagna di darci una possibilità: è che dovremmo cominciare a fare la guerra civile per prendercela, perché non si può aspettare ancora. Non si può accettare di fare stage su stage su stage. Non si può studiare per studiare, essere diplomatici per anni cercando di ingraziarsi qualcuno, che abbia conoscenze sul pianerottolo o in parlamento o in collegio docenti o in redazione. Non si può far passare decenni della propria vita e poi restare ammirati a guardare le cose che fanno i giovani altrove. Come disse una volta una mia amica, a forza di sentire parlare dei giovani sono diventata vecchia.
      Grazie per i tuoi auguri e per il tuo lungo, appassionato commento. Io sono sicura che non avrai bisogno del mio aiuto per arrivare da nessuna parte, perché ho avuto la fortuna di conoscerti personalmente e professionalmente e so che sei in gamba nella vita e nelle cose che fai. E se ti viene l’ansia perché quel tramonto ogni tanto fa girare le palle anche a te, sappi che la carbonara è buona dovunque se dietro ai fornelli ci sei tu. Parli il francese: vai in Francia e conquistala. Non aspettare che l’Italia si accorga di quanto stia sbagliando. Oppure se veramente pensi che una trasformazione sia ancora possibile, io sarò felicissima di aiutare. Magari di tornare. Magari presto.

  2. Come detto, la discussione è notevolmente lunga e articolata, meritevole di essere fatta davanti a una pizza con la mortazza guardando al Pincio quel tramonto dal marcato sapore di aglietto, o davanti a un(a) cheesecake con l’occhio allo scorrere ossessivo del Nasdaq in Times Square (vediamo chi fa prima…).
    Consentimi solo di aggiungere un punto: la frase della tua amica mi ha fatto sorridere e poi digrignare i denti, perché non posso non pensare che parlare dei problemi dei giovani in Italia parte dal fondamento di capire chi diavolo sono ‘sti maledetti giovani. Ricordo ancora quando, a un convegno circa tre anni fa, presi la parola e feci una domanda a un relatore, mettendo in luce che, a mio avviso, costui aveva trascurato alcune problematiche legate all’avvento massiccio degli smartphones, allora in piena esplosione. Come spesso capita, il dibattito si articola con più domande da parte dei presenti, per poi far rispondere il relatore, e subito dopo di me prende la parola una signora, che mi dice che per lei il problema è di natura più generale, ma capisce che i giovani come me abbiano una visione diversa (pe’ falla corta pe’ falla breve).
    Una delle rare volte in cui sono stato francamente e pubblicamente sgradevole: pur capendo benissimo il senso dell’obiezione di questa signora, ripresi la parola e le dissi che a trent’anni mi ero francamente stancato di essere categorizzato come giovane, che, per carità, la cosa poteva anche essere lusinghiera, ma poi concretamente, dissi, quando ci definite giovani, e così facendo ci distinguete dagli adulti, ci mettete addosso un’etichetta molto gravosa da portare, anche se apparentemente al contrario piuttosto vellicatoria. Perché il giovane è quello che, strutturalmente, deve ancora formarsi, deve ancora decidere che strada prendere, ha ancora “tuttalavitadavanti”… e allora, dissi, pensate a dove eravate a trent’anni, cosa facevate. Facile giocata: avevo davanti solo teste imbiancate, e sapevo che, con buona approssimazione, un 90% di loro a trent’anni aveva già un lavoro fisso e/o una famiglia.
    Un intervento inutilmente polemico e fuori luogo, il mio. Però continuo a pensare che, se i modi furono pessimi, il merito c’era. Perché ormai la “gioventù” non è più definita dall’età: né da quella legale, né da quella mentale di quelli che a ottant’anni si sentono dei ragazzini e si picchiettano la capoccia dicendo “l’importante è essere giovani qui” (e finché è la capoccia, tutto ok).
    Oggi come oggi essere giovani in Italia è invece strettamente legato all’indeterminatezza del tuo percorso professionale e di vita. Se sei ancora precario (inteso in senso lato), se non ti sei sistemato, se non hai ancora ben chiaro cosa ne sarà di te, beh, allora sei giovane. Perché, come quelli che avevano vent’anni nel 1960, puoi ancora decidere cosa essere. Magari, dico io. E si arriva al paradosso per il quale “sistemarti” vuol dire mettere fine alla gioventù. Che diventa un valore da difendere, e non una serena presa di coscienza delle cose. Sembra quella vecchia battuta di Celentano: “Che ore sono?” “E’ mezzogiorno” “Allora ho fame”.
    OK, cose dette e ridette: ma qual è il punto? E’ che, ahimé, nel momento in cui la classe dirigente diventa tale dopo i 55 anni almeno, allora, volente o nolente, a 32 SEI giovane, e anche a 35, e persino a 42. Nessun problema, si viaggia serenamente a 60 all’ora, sì, forse qualche altro paese va a 80, ma magari dopo sbanda e noi lo riprendiamo, no problem.
    Poi però il mondo accelera di botto, e tu ti senti un po’ cretino ad andare a sessanta. Ma ormai sei vecchiotto, guidi con una coppola ben ficcata sulla testa, tieni la corsia di destra e inveisci su quello che ti supera.
    Bene. Uno che oggi ha trentadue anni è giovane? Anche in Italia ci stiamo accorgendo che no, non è giovane. Ma l’abbiamo trattato da giovane fino a ieri. E come ce ne siamo accorti? Beh, semplicemente perché, quando i nostri “giovani” andavano all’estero, trovavano qualche problema in quanto ormai vecchiotti.
    Il problema c’è, e se n’è accorta anche l’Istat: non ci sono più bambini, adolescenti, giovani, adulti e anziani, ora ci sono giovani anziani, anziani giovani, adolescenti vecchi, oltre ai ben noti baby pensionati. Ma il punto è il solito: se a 32 anni hai giocato alle regole vecchie, metterti a giocare alle regole nuove vuol dire ripartire da zero o quasi. Il che può essere potenziato se le regole sono pure quelle di un’altra realtà. Ma al fin della fiera, vuol dire soprattutto avere la forza di dire: quello che hai fatto dai 19 ai 32 anni è servito a poco, quello che hai fatto dai 26 ai 32 sostanzialmente a nulla. Lo si trasforma in bagaglio personale, si traccia una riga e si riparte.
    E’ ‘na parola, dicono a Manhattan. Perché è proprio lì che entra in gioco il senso di sconfitta, il senso di “cana madre”. Non è mica facile guardarsi allo specchio e ammettere di essere il cucciolo sbagliato e malaticcio. Anche nell’ottica del fatto che vedi arrivare una nuova forma di consapevolezza canina, per la quale ora ogni cana madre partorisce nella consapevolezza che gli sviluppi scientifici in veterinaria le consentiranno, forse, di tenersi tutti i cuccioli.

    Soverchiato dalla presa di coscienza di quanto sono contorte le mie metafore, e che quindi io stesso domani potrei non capire che diavolo ho scritto, cordialmente saluto e ringrazio! Un abbraccio

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