Luca Sofri ad #IJF14 – Commenti in ordine sparso

Vorrei non partire in quarta con dei commenti al vetriolo riguardo all’evento dell’IJF in cui Luca Sofri si è fatto 31 domande e dato 31 risposte in solo un’ora e mezza, nella quale ha detto tra le altre cose che lui non crede nel fatto che il lavoro giornalistico debba necessariamente essere remunerato, che i commenti sui siti internet sono inutili, il tutto mentre cercava di trovare una giustificazione concettuale per le slideshows sui lemuri perché raccontano “di un animale che non molti conoscono e che vive in una porzione di mondo dove magari è difficile arrivare fisicamente”. Vorrei veramente.

Sto provando anche a guardarmelo tutto, questo video dell’evento. Sofri parla a perdifiato e fa mille battute rispetto alla giovane età di chi sta in platea. “Potremmo parlare dell’Intrepido se aveste molti meno anni di me”, dice sornione, neanche sfiorato dall’idea che forse il problema è la sua di età, non quella di chi sta in platea (non che l’abbia definita un problema, ma insomma ci capiamo — queste strizzatine d’occhio ai giovani hanno fatto il loro tempo, in questo momento di trasformazione digitale del giornalismo l’età non è un fattore che definisce chi è qualificato a discutere del futuro della professione).

Ecco, vedete che già comincio.

Leggo cose in giro, prevalentemente su Twitter, sui profili social di giornalisti che ho incrociato durante i miei anni di frequentazione delle redazioni italiane (dove nella maggior parte dei casi, nonostante tutto l’impegno, ero pressoché invisibile in quanto troppo giovane, nonostante io mi fossi sempre messa nella condizione di arrivare lì, tra di loro, e loro mai neanche un “tu che ci fai qui?” genuinamente curioso — poi dici uno se ne va in America), e una delle reazioni alle cose dette da Sofri che più mi preoccupa è quella di rassegnazione.

Qualcuno giustamente si è incazzato. Le brave penne dei Cassintegrati hanno puntualizzato che il lavoro, qualsiasi lavoro, deve essere pagato. Sembra assurdo dover scrivere articoli in difesa del lavoro retribuito, eppure eccoci qua, nonostante la nostra Costituzione, spesso usata a mo’ di scudo umano in politica, dica esplicitamente che quella italiana è una repubblica che sul lavoro si fonda.

Tra i commenti che ho visto però, dicevo, c’è anche tanto scoraggiamento.
Il problema é che a forza di suggerire ai giornalisti che il loro non è un lavoro, alla fine ci stanno credendo.

Il problema è che Sofri serve Dio e Mammona — il grande quotidiano va scusato per la pubblicazione del video di gattini in homepage, perché i ricavi servono, perché così è possibile scrivere il trafiletto sul rapimento di quasi 300 ragazzine nigeriane (che tra l’altro è successo settimane fa, ma che si è deciso di coprire solo molto dopo — scarseggiavano i video di gattini?), ma il lavoro non va necessariamente pagato, perché il giornalista ottiene altre soddisfazioni facendo il suo mestiere di servizio pubblico.

Dove vuole arrivare? Non lo capisco.

Il modo in cui Sofri parla di come il Post opera, quando fa l’esempio della storia della foto virale dell’orso che cade da un albero e parla di ripubblicazione di storie accadute in passato, fa trasparire tutto il suo disagio nel fare le cose all’americana senza capire precisamente il perché. Sofri sembra quasi imbarazzato nell’elaborare su come queste soft news funzionano bene.
Luca, non è un reato pubblicare materiali di intrattenimento per invogliare le persone a leggere il tuo sito. Il problema nasce quando vuoi fare Buzzfeed, ma non ti comporti esattamente come loro: pensa un po’, anche il ragazzino che a Buzzfeed fa le liste di gattini viene remunerato. Magari poco — i salari degli intern di Buzzfeed sono il running joke del giornalismo USA, ma sono convinta che siano paragonabili a quelli degli impiegati dei nostri gloriosi giornali italiani, che a suon di co. co. co. stanno distruggendo sé stessi e la professione.

Bella anche la storia dell’aggregazione vs. produzione di notizie. Anche qua Sofri con estremo imbarazzo difende la scoperta dell’acqua calda: il giornalista di per se’ non produce un fico secco, ma aggrega fatti e testimonianze, trova angoli interessanti su storie che succedono. Il giornalista è lo storico dell’oggi come insegnava il mio professore preferito all’università. Uno storico aggrega con metodo, e in questo è uno scienziato. Aggregare a cavolo è fare cattivo giornalismo, cattiva storia, cattivo tutto. La questione aggregazione/produzione è certamente complessa, ma alla fine della giornata lascia il tempo che trova. Tutto il giornalismo è aggregazione, e bisogna saperlo fare con criterio.

Interessante anche la questione dei commenti sul sito, che sono inutili e non aggiungono nulla. Ecco qui la chiara dimensione di come in Italia, anche quando uno vuole “fa’ l’americano” non capisce cosa sta facendo e perché. Ci siamo aperti anche la versione nostrana dell’Huffington Post, perché non ci facciamo mancare niente, ma poi uno dei nostri direttori di giornali online dice che i commenti sono inutili — Arianna Huffington non ci ha insegnato nulla, solo che il suo brand é figo e che sicuramente replicare il format in Italia sarebbe stato un successone. ERRORE.
Inoltre, uno dei più interessanti esperimenti editoriali in America oggi é Gawker Media, che da blog d’assalto è diventato un network di blog e una community attivissima attraverso la piattaforma Kinja, studiata e disegnata da loro — i commentatori possono aprire un blog e postare cose, le conversazioni generano articoli, commenti e articoli possono essere promossi sui blog principali ed essere esposti ad un incredibile numero di visitatori. Tutto questo non esisterebbe senza i commenti, e senza la voglia dei lettori di partecipare.
Mi sa che a Sofri questa deve essere sfuggita. A lui come a molti altri.

Ho saltato un bel pezzo di video per arrivare al punto saliente della domanda sul lavoro retribuito. Un po’ nell’ascoltare Sofri ragionare ad alta voce mi ero calmata: alcune cose sono condivisibili, il Post fa un giornalismo quantomeno differente rispetto al panorama italiano, un po’ più in linea con dei canoni adottati da questa parte dell’Atlantico per far sì che un’impresa editoriale resti a galla — anche se Sofri sembra quasi vergognarsene, come dicevo sopra.
Arrivata al punto fatidico però mi è veramente salita la bile.

Sofri fa finta che là fuori, nel non pervenuto mercato del giornalismo italiano, ci siano fior fiore di opportunità per un freelance di farsi pagare per un suo pezzo. “Ci sono tante redazioni con budget meno risicati dei miei” — che però non pagano, proprio come lui. Sofri parla di una quantità di “soddisfazioni” e “motivazioni” per le quali noi “liberamente” accettiamo di lavorare non pagati, e porta ad esempio la sua partecipazione a titolo gratuito all’IJF — bello poter accettare impegni accessori gratuitamente, se si ha una fonte di reddito primaria. Ecco, per il freelance quel pezzo che ti sta mandando non é un passatempo, qualcosa prodotta nel tempo libero, ma è esattamente la merce che si cerca di vendere per ottenere quel reddito che è indispensabile alla sopravvivenza.
“Se hai altre motivazioni per pubblicare questo pezzo, di cui io non mi vorrei approfittare” non è un discorso, non esiste, non ha senso ed è un’assurdità per la quale i giornalisti in platea avrebbero dovuto insorgere.

Insomma non c’è scusante o giustificazione che tenga. Non si può dire che il lavoro non deve necessariamente essere pagato. Non sta né in cielo né in terra. E non è ammissibile che un giornalista dica questo a proposito dei suoi colleghi: se Sofri ha le risorse per lavorare gratis e ha piacere di farlo nessuno si opporrà, ma a chi vuole fare del giornalismo la sua carriera perché ha una passione ma anche l’esigenza di sopravvivere deve essere garantita questa opportunità.

 

3 thoughts on “Luca Sofri ad #IJF14 – Commenti in ordine sparso

  1. Mi è piaciuto il tuo commento, soprattutto perché non ti seri fermata alla frase da cui è partito il tutto. Riconosci anche i pregi de Il Post, quotidiano che amo. Però non sono d’accordo: certi tipi di lavoro, per un determinato (e breve) periodo di tempo, possono essere fatti senza remunerazione economica. Ma in Italia troppi approfittano della buona volontà di giovani entusiasti e di un mercato del lavoro impantanato oltre il sopportabile. A mio parere anche le università hanno la loro parte di colpa.

    • Proprio perché tantissimi se ne approfittano, specialmente nel campo giornalistico, è inescusabile che Sofri faccia una dichiarazione di questo genere.
      Quali lavori secondo te possono essere svolti, per breve periodo, senza remunerazione? Se il giornalismo è tra questi, perché ce lo annoveri?
      Non sarebbe meglio se tutti i lavori fossero pagati in qualche misura e per principio? Quanto dipende da esperienza e bravura, ma è questione di responsabilità da parte delle imprese il dover remunerare chi lavora, a qualsiasi età e in qualsiasi campo.

  2. Ciao Francesca mi chiamo Nicholas e ho letto la tua storia,potrei farti alcune domande?ti ho inviato una richiesta di amicizia su fb se vuoi ci sentiamo li?Grazie mille.

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