Il blog che resiste

Non è morto, ma ci siamo frequentati male. Il discorso è che io un blog ce lo avevo già, uno per i racconti spiccioli di vita quotidiana, e questo voleva essere un tentativo più consapevole di creare un piccolo personal brand. Alla fine dei conti ho realizzato che la cosa non mi interessa particolarmente, che il personal branding posso lasciarlo fare ad altri e che devo smetterla di farmi venire l’ansia da prestazione quando penso a cosa venire a scrivere qui (o peggio considerare l’aggiornamento di questo spazio come una chore che viene sempre posticipata). Chissene frega, e chi mi ama mi segua. Cambio registro. Scrivo quello che mi pare. Con buona pace del mio vecchio blog che ancora c’è, privatamente, e mi sembra sempre più come il deposito del capitolo adolescenziale di tutto quello che sono. Importantissimo, anche troppo per la pubblicità. 

Nel frattempo qui è la mia domenica, dato che in ufficio ti danno due giorni off durante la settimana quando si lavora nel weekend. Ciononostante sono piena di cose da fare, Matt ovviamente è impegnato a lavoro (en route to Staten Island, dove andrà a fotografare non so quale progetto usando un drone…certo, perché no), la casa (nuova, ci siamo trasferiti 2 mesi fa) è un disastro e il prossimo vero finesettimana abbiamo ospiti (il fratello di Matt). L’estate è praticamente bella e andata, e io ho visto il mare l’ultima volta ad aprile — bella la Pasqua in Florida, ma sono in astinenza.

La verità è che si lavora troppo in questo paese, e va bene che noi italiani abbiamo tutto da imparare su come si mantiene un’economia che funziona, ma vi invidio tutti con le vostre foto di risotti alla pescatora e barche a vela e lettini sulla spiaggia. Anche fosse per stare a casa a Roma sul divano in panciolle, mi accontenterei.
Mi rendo conto che c’è sempre un underlying* senso di stress, in qualsiasi momento. Non so se è una caratteristica di chi vive lontano da casa, o se riguarda solo il mio caso specifico (tendo a stressarmi, è sempre stato un mio tratto caratteriale, e “casa” è un concetto che è molto cambiato da quando sono qui, quindi forse sono meno tranquilla quando penso a chi ci è rimasto e come se la passano). In ogni caso, sembra di non staccare mai, di avere sempre qualcosa di cui preoccuparsi, che siano faccende di lavoro (una lotta continua, altro che cavolate sulla cultura d’azienda e il work-life balance) o cose di casa o di soldi o di Italia o di futuro. Sarà anche che ho degli orari piuttosto intensi: sveglia alle 5, lavoro, palestra quando si può, e tra doccia e cena e andare a letto entro le 10 ecco là che la giornata passa, e quel divano che finalmente ci siamo comprati lo avremo usato 3 volte da quando è arrivato.

In una delle 3 volte, in ogni caso, ho avuto l’impulso di farmi una tazza di the, cosa che non succedeva da secoli.
A Roma ero patita del the, ogni tipo di the. Era il simbolo del raccoglimento, del relax, del sentirsi a casa. Ancora adesso quando mi capita ne compro tutte le varietà che trovo, ma poi all’atto pratico non mi viene mai voglia di farmene una tazza. Quando ho iniziato a lavorare nella società dove attualmente continuo a lavorare, per rendere l’ambiente un po’ più ospitale mi sono comprata una piantina, ho portato qualche ninnolo e qualche lattina di caramelle quelle belle italiane (pastiglie Leone, liquerizia, etc.), e poi mi sono andata a procurare un contenitore specifico per la conservazione del the, da lasciare sulla mia scrivania e da usare con la mia nuova tazza per l’ufficio. Non l’ho usato quasi mai. La tazza è tornata a casa assieme ad alcuni tra i ninnoli, ma ora ho due piante. Il the ancora resiste sulla scrivania, nella speranza di essere prima o poi bevuto. Se lo portassi a casa e iniziassi ad avere voglia di farmene una tazza di tanto in tanto, anche quello sarebbe un successo. A lavoro si beve caffè, ma a casa ci si deve rilassare.

* Perdonatemi, sarà l’inizio del mio perdere la mano con l’italiano, ma certi anglismi non sono un vezzo, sono la risposta a esigenze comunicative che non riesco a esprimere altrimenti. Certe parole l’italiano non ce le ha, certe altre hanno più senso, o un senso più esatto in inglese. Consolatevi, non riesco a non uscirmene con uno o più “vabbé” mentre parlo in inglese nella vita reale. Cosa è peggio? 

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