Labor Day, considerazioni

E niente, anche settembre e’ arrivato e gli ultimi giorni di agosto ce li siamo passati a fare da cicerone al fratello di Matt che e’ stato da noi per un weekend lungo. Dal 9/11 Memorial alla punta piu’ a nord di Manhattan, abbiamo girato in lungo e in largo, ho cucinato e pulito piu’ di quanto faccio per noi due da soli, e tutto sommato ce la siamo cavata. 
Una sensazione stranissima, non so se dovuta al fatto di aver saltato l’ufficio per un paio di giorni, e’ stata quella di inaspettata distensione andando a dormire (pur essendo esausta e con le gambe doloranti ogni sera, #vecchiaia). Forse doversi curare di qualcun altro mettendo in pausa altre cose e’ paradossalmente riposante? Non credo che avere figli lo sia, ma chissa’, forse uno mette in prospettiva le piccole ansie quotidiane quando deve occuparsi del benessere di un altro. Strano, no?
Il 9/11 Memorial e’ una pezza. Sul serio. Un po’ perche’ non e’ piacevole, un po’ perche’ mi ricordo tutto (se ci penso bene, quell’evento e’ stata l’unica cosa che unisce me e Matthew e tutti quelli che conosco qui prima che effettivamente ci conoscessimo, il nostro primo evento in comune — quel giorno eravamo tutti incollati alla tv, in qualsiasi posto fossimo all’epoca), un po’ perche’ ne sentiamo l’eco tutti i santi giorni (anche oggi con quel poveretto decapitato in Siria, sembra sempre che la guerra possa/debba iniziare da un momento all’altro) e un po’ perche’ alla fine ti rendi conto che certo, per loro quello e’ stato l’evento piu’ traumatico di sempre e il piu’ grande spargimento di sangue causato dall’esterno a casa loro, ma insomma nel bilancio generale delle atrocita’ del mondo ci sono cose orrende che capitano ovunque, oggi, e continuano a succedere. La mostra all’interno del memoriale e’ costellata di piccole stazioni con dispenser di kleenex, perche’ effettivamente servono. Ci sono persone che scattano foto alle foto di vittime che conoscevano, persone che ricordano, persone che sbottano in lacrime, persone che erano li’ quella mattina, ma anche un sacco di visitatori che hanno poco o nulla a che fare con l’evento se non che il tutto e’ capitato nel loro paese, e si sentono feriti, e ce l’hanno con un nemico difficile da mettere a fuoco e facile da semplificare in termini assoluti. Mi ha colpita una mamma che rispondeva alle domande dei suoi bambini incoraggiando la versione dei fatti “buoni vs cattivi”, che si’, quello che e’ successo e’ ingiustificabile e ingiustificato, ma inserito in un contesto con una storia estremamente piu’ complessa. E’ il male che e’ banale.
Ma bisogna capirli. Nonostante la plaza sia bellissima, il museo aperto e i nuovi grattacieli pronti ad essere abitati, il trauma non e’ assolutamente superato. Non c’e’ uscita alcolica post-lavoro in cui dopo qualche bicchiere, inevitabilmente, qualcuno inizi la discussione sul “dov’eri l’undici settembre” — non sono ancora guariti, nessuno di noi lo e’ del tutto. Infatti continuiamo tutti a pensarci. Questa citta’ e’ un simbolo e in quanto tale sara’ sempre amatissima e odiatissima, ma e’ anche la casa di tutti noi, e il solo pensiero di essere in qualche misura a rischio perche’ altri hanno messaggi da lanciare ai poteri del mondo e’ una cosa terrificante. 

Per questo oggi quando la notizia del secondo giornalista decapitato si e’ sparsa mi sono sentita malissimo. Questa nuova ondata di terrorismo e’ cieca e questi soggetti agiscono come se non avessero niente da perdere, come se volessero proprio prendersi questa occasione di riscrivere gli equilibri del mondo, costi quel che costi. Non dobbiamo averne paura, dobbiamo rispondere con equilibrio e buon senso, senza lasciarci paralizzare. Ma ci sono cosi’ tanti aspetti di tutto questo che sono inquietanti che sembra di essere tornati indietro di secoli, nonostante twitter e la tecnologia. Giornalisti uccisi, i social usati come armi. L’Europa cosi’ lontana e divisa, l’Europa che e’ casa, e questa nuova casa che e’ sempre sotto tiro. 

Invece un altro posto bellissimo che ho visitato durante il finesettimana turistico e’ il Memoriale per Franklin Delano Roosevelt su Roosevelt Island. Dedicato al suo discorso sulle quattro liberta’ fondamentali (liberta’ di espressione, liberta’ di culto, liberta’ dal bisogno e liberta’ dalla paura) che Roosevelt teorizzava non solo per gli americani ma per tutti gli abitanti del pianeta, il suo discorso esemplifica il potere buono dell’America di essere una potenza morale che ha guidato il mondo in momenti di forte incertezza. Posizionato in linea d’aria accanto al quartier generale dell’ONU, un’organizzazione che nella sua carta costituzionale fa proprie le parole di FDR, il parco e’ vicino anche a Queens, la zona piu’ diversa del mondo dove centinaia di lingue e religioni coesistono. Il parco e’ una spianata triangolare, con un prato e quattro camminamenti che conducono a un punto focale, dove si entra in una “stanza” di marmo che affaccia sul fiume. All’ingresso, il volto di FDR in bronzo con espressione accigliata invita alla contemplazione, e alla lettura del suo discorso inciso su una delle pareti della “stanza”. Certe volte l’architettura ci prende in pieno e riesce a comunicare tutto quello che serve. Un memoriale fatto benissimo, e soprattutto utile, perche’ focalizza l’attenzione su idee importanti, non solo sul ricordo di un uomo. 

New York non e’ tipicamente un posto di cui si apprezza la storia, e’ troppo frenetica e fatta per il presente. Eppure una storia ce l’ha, e interessante. Se Roma e’ il mio posto dei ricordi e il mio hard drive culturale, e New York e’ sempre stata il posto dell’oggi, per non dire dell’adesso, e’ ora di riconoscerle una profondita’ nuova, e di conoscerla meglio. Sono affezionata alla contemporaneita’ assordante di questo posto che ti permette di non soffermarti su altro, e’ parte del suo fascino, ma mi piacerebbe trovare il tempo per imparare di piu’.

 

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